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Il Buon Samaritano nell’Arte

Aimé Nicolas Morot

1880

“Il buon Samaritano”, Aimé Nicolas Morot, 1880

 

Aimé Nicolas Morot
Biografia

Aimé Nicolas Morot (Nancy, 16 giugno 1850 – Dinard, 12 agosto 1913) è stato un pittore e scultore francese. Fu un artista sostanzialmente accademico, ma con forti vene romantiche e realiste.

Aimé Morot studiò pittura e scultura all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi e fu allievo di Alexandre Cabanel. Vinse il Prix de Rome per la pittura nel 1873 ed espose regolarmente al Salon des Artistes Français dal 1880 al 1912, vincendo una medaglia di 3ª classe nel 1876, una di 2ª classe nel 1877 e una di 1ª classe nel 1879. Nel 1880 gli fu conferita una medaglia d’onore per il quadro Il buon Samaritano.
Fu anche pittore militare, presso il Comando generale dell’Esercito e, per i suoi acquarelli che espose in una mostra apposita nel 1888, fu eletto membro della “Società degli acquarellisti francesi”. Anche la sua attività di scultore fu prolifica, specie nei busti che realizzava sia in marmo che in bronzo. Né va dimenticata la sua numerosa produzione di ritratti. Nel 1890 Morot sposò la figlia di Jean-Léon Gérôme, Suzanne Mélanie, da cui ebbe una bambina: Denise. Nel 1900 vinse il gran premio dell’Expo di Parigi. A questo riconoscimento seguì la nomina a professore nell’École des Beaux-Arts dove aveva compiuto i suoi studi. Nel 1910 si fece costruire una casa, la Maison, chiamata Ker Arlette, a Dinard, villaggio della costa meridionale della Bretagna, dove visse gli ultimi tre anni della sua esistenza.

Teofilo Patini

1859

“Il buon Samaritano”, Teofilo Patini, 1859

Teofilo Patini
Biografia

Teofilo Patini.  Pittore italiano (Castel di Sangro 1840 – Napoli 1906). Allievo a Napoli di F. Palizzi, si perfezionò a Roma; esordì con quadri storici, ma si volse poi di preferenza alla pittura di genere (Lettura in convento, 1865 circa, Castel di Sangro, Municipio; Il sequestro, 1879 circa, Bari, Pinacoteca). Trattò temi patetici con intenti umanitarî, come nell’Erede (1881, Roma, Gall. naz. d’arte mod.) ed eseguì anche pitture sacre (Crocefisso, 1897, basilica di S. Pelino, presso Corfinio). I suoi dipinti, nonostante la crudezza di taluni temi, per la serietà con cui sono trattati si distaccano dal compiacimento popolaresco della pittura meridionale dell’Ottocento o dall’esaltazione mitica, occupando una posizione veramente singolare nell’orizzonte della pittura napoletana (Vanga e latte, 1884, Roma, Ministero dell’Agricoltura; Bestie da soma, 1886, L’Aquila, Amministrazione provinciale). Lo stesso intenso realismo si nota nei dipinti religiosi, umanizzati nel senso storicistico sperimentato anche da D. Morelli.

Vincent Van Gogh

1890

“Il buon Samaritano”, Vincent Van Gogh, 1890

Vincent Van Gogh
Biografia

Vincent van Gogh. Pittore (Groot-Zundert, Brabante, 1853 – Auvers-sur-Oise 1890). La vita di questo grande artista olandese fu tragica come la sua arte. Sembra che fin dall’infanzia avesse una vita psichica inquieta, resa tale anche dal rapporto difficile fra lui e i genitori, che un anno prima della sua nascita avevano perduto un figlio dello stesso nome. La sua vocazione artistica fu tardiva. Impiegato sin dall’età di sedici anni, per raccomandazione di uno zio mercante d’arte, presso A. Goupil, editore e mercante di quadri, prima all’Aia e poi a Londra e a Parigi (1869-76), ebbe una crisi di misticismo che lo spinse a studiare teologia per due anni e a svolgere un periodo di apostolato presso i minatori del Borinage. Nel 1881 decise di dedicarsi alla pittura; e in meno di dieci anni d’intenso lavoro produsse un numero molto rilevante di opere, che operarono una profonda rivoluzione nella cultura artistica europea. Le prime, potenti nel modellato e nell’uniforme tonalità scura, rivelano l’influsso delle aspirazioni umanitarie di J.-F. Millet, che però in lui si fanno ben più profonde e tormentate (I mangiatori di patate, 1885). Nel 1886 si stabilì a Parigi, vide la pittura degli impressionisti e l’arte giapponese e trasformò radicalmente il suo stile. La sua pittura si schiarì, mirò a effetti di luce abbagliante, si servì quasi esclusivamente di colori puri; ma dai temi e dai motivi dell’impressionismo si staccò decisamente, rinunciando a ogni suggestione naturalistica e facendo del colore mezzo dell’espressione immediata, della sua interna passione. Divenuto in seguito amico di P. Gauguin, van G. lavorò con lui ad Arles nel 1888; ma sul finire di quell’anno, colpito da una crisi di agitazione, fu ricoverato nel manicomio di Saint-Rémy. Continuò tuttavia a lavorare, in uno stato di tensione allucinata. Sono di quel periodo oltre ai ritratti dell’Arlésienne, del dott. Gachet, ecc., alcuni tra i suoi più accesi paesaggi e tra le sue più violente pitture di fiori. Dimesso dal manicomio, in una più grave ricaduta del suo male si uccise. Oltre ai molti autoritratti, ritratti, paesaggi, interni e nature morte, in cui all’estrema violenza del colore si associa una tormentosa e quasi allucinata deformazione dell’immagine, van G. lasciò molti disegni e incisioni. Grandissima fu la sua influenza sugli sviluppi dell’arte europea: in Francia sui movimenti post-impressionisti e sui Fauves, in Germania, per l’origine dell’espressionismo. L’arte di van G., come tipica e drammatica espressione del crescente contrasto tra il mondo interno e il mondo esterno, tra spiritualità e realtà oggettiva, è anche da considerarsi come il primo indizio della crisi che portò all’arte di pura espressione, indipendente da ogni funzione rappresentativa. Importantissima, per la comprensione della personalità di van G., la raccolta delle sue lettere al fratello Théo pubblicata nel 1913. In vita van G. vendette un solo quadro; a parte alcuni doni ad amici artisti, tutti gli altri suoi dipinti appartennero al fratello e sono oggi in gran parte conservati ad Amsterdam, nel museo a lui intitolato.