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Anna Frank


 

Dedicato ai poveri di spirito, a quelli che scambiano un pallone con il mondo (forse a causa della sua forma sferica), a quelli che credono di sapere tutto e non sanno niente e niente vogliono sapere, a quelli che vivono lo sport come il surrogato di una guerra con nemici da annientare. L'ignobile atto compiuto da un gruppo di tifosi laziali (temiamo non esiguo) di irridere i sostenitori dell'altra squadra della città, vestendo con i colori sociali della Roma la bambina ebrea Anna Frank assassinata in un campo di concentramento nazista, non può e non deve essere considerato una "ragazzata", non può lasciarci indifferenti, non può essere liquidato come l'atto isolato di una tifoseria contro le altre (ogni squadra ha la sua quota di tifo ignobile e vigliacco), ma deve interrogarci sul come è possibile che sia accaduto, su quali siano le risposte da dare. Non si può e non si deve restare indifferenti perché è l'indifferenza che lascia il passo a questi "mostri", lasciando presagire tempi più difficili. Perciò rispondiamo come sappiamo, con la forza della ragione, della cultura, della pacatezza democratica, ma intransigente e severa.

 


 Pubblichiamo uno stralcio dal "Diario di Anna Frank"






"Giovedì, 9 luglio 1942. Cara Kitty, così ce n'andammo sotto una pioggia scrosciante, il babbo, la mamma e io, ciascuno con una borsa da scuola o da spesa, piene zeppe di oggetti ficcati dentro alla rinfusa. Gli operai che di buon mattino si recavano al lavoro ci guardavano con compassione; si leggeva loro in viso il rammarico di non poterci offrire un mezzo di trasporto; la vistosa stella gialla parlava da sé. Strada facendo papà e mamma mi svelarono con un racconto spezzettato la storia del nascondiglio. Già da parecchi mesi avevano mandato via di casa quanto più avevano potuto di mobili e di biancheria; ed eravamo ormai pronti a trasferirci volontariamente il 16 luglio. La chiamata delle S S aveva fatto anticipare il piano di fuga di dieci giorni, cosicché avremmo dovuto accontentarci di un appartamento meno in ordine. Ci saremmo rifugiati nella casa dove il babbo aveva l'ufficio. E' una cosa un po' difficile da capire, per un estraneo, perciò chiarirò meglio. Il babbo non aveva molto personale: i signori Kraler e Koophuis, Miep, e una stenodattilografa di venticinque anni, Elli Vossen. Tutti costoro erano al corrente del nostro arrivo. Nel magazzino lavoravano il signor Vossen, padre di Elli, e due uomini di fatica, ai quali non era stato detto nulla. La casa è così composta: al pianterreno c'è un grande magazzino e deposito. Accanto alla porta del magazzino si trova la porta di casa, dietro la quale una seconda porta dà accesso a una scaletta. In cima alla scala si raggiunge una porta a vetri smerigliati, su cui sta scritto "Ufficio", in caratteri neri. Questo è l'ufficio principale che dà sulla strada; è molto ampio, molto luminoso, molto pieno. Di giorno vi lavorano Elli, Miep e il signor Koophuis. Attraverso uno sgabuzzino contenente una cassaforte, un guardaroba e un grande armadio, si giunge a un altro ufficio, piccolo e piuttosto oscuro, che dà sulla corte. Prima ci stavano Kraler e Van Daan, ora soltanto più il primo. Si può entrare nell'ufficio di Kraler anche dal corridoio, ma soltanto per una porta a vetri apribile dall'interno e non dall'esterno. Dall'ufficio di Kraler, percorso un lungo e stretto corridoio, col deposito del carbone, si salgono quattro gradini e si entra nella più bella stanza della casa: l'ufficio privato. Grandi mobili scuri linoleum e tappeti sul pavimento, radio, una splendida lampada, tutta roba di prim'ordine. Lì accanto una spaziosa cucina con rubinetti d'acqua calda e due becchi a gas. Più in là il gabinetto. Questo è il primo piano. Dal corridoio del primo piano una scaletta di legno mena al pianerottolo del secondo piano su cui si aprono due porte; quella di sinistra conduce a stanze verso strada, adibite a magazzino, e ai solai. Da questi locali una lunga e ripidissima scala, vera rompigambe olandese, scende alla seconda porta sulla-strada. La porta di destra dà nell'appartamento verso corte, il nostro alloggio segreto (1). Nessuno sospetterebbe che dietro questa semplice porta tinta in grigio si nascondano tante stanze. Prima della porta c'è uno scalino, e poi sei dentro. A destra, di fronte all'ingresso, c'è una ripida scaletta, a sinistra un piccolo corridoio conduce in una camera che dovrebbe divenire la camera da letto e di soggiorno dei coniugi Frank; accanto ve n'è una più piccola che sarà la camera da letto e di lavoro delle due signorine Frank. A destra della scaletta si entra in una camera senza finestre, con un lavabo e una piccola latrina chiusa; anch'essa comunica per una porta con la camera di Margot e mia. Se si sale la scaletta e si apre la porta che vi è in cima, si resta stupiti che in una così vecchia casa lungo il canale possa esserci una stanza così vasta e luminosa. In questa stanza c'è un fornello a gas (dovuto al fatto che finora il locale serviva da laboratorio) e un acquaio. E' ora la cucina e in pari tempo la camera da letto dei coniugi Van Daan, nonché stanza da pranzo, di soggiorno e di lavoro. Una piccola cameretta di passaggio diverrà l'appartamento di Peter Van Daan. Poi, proprio come nella parte della casa verso strada, una soffitta. Ecco, ti ho presentato la nostra bella dimora segreta. La tua Anna".


 

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